Tiziana De Felice vive intensamente e con ammirevole dignità espressiva il suo fecondo dialogo con l’arte, nelle sue più rilevanti manifestazioni, siano esse pittura, musica o poesia. Al di là di avvilenti alchimie e di squallide iterazioni, che sanno di inutile quanto stanca epigonia, la pittrice (o per meglio dire, l’artista) apre a noi, con spontaneità ed innocente candore, la sua anima, tra sofferenza e gioiosa partecipazione al dono di vivere e di esprimere le mille ed una emozioni che, di volta in volta, la varietà dell’esistenza suggerisce. La De Felice, tra cielo ed abisso, tra ansia di bellezza e ricerca di una dimensione esistenziale ed umana, oggi spesso compromessa dalla nostra stessa supercifialità e pochezza spirituale, dipinge figure femminile che inseguono un vitale bisogno di affrancarsi dal loro isolamento e di attenuare la solitudine, e, al tempo stesso, sono sempre dolci bimbe che aspirano a cieli azzurri, i quali, soli, danno amore ed un significato all’esistere. La pittura dell’artista livornese è un continuo alternarsi dinamico di chiarori ed ombre. Tra estasi inebriante della luce e di spazi incontaminati ed infiniti, dove i sogni si tingono d’eterno ed amoreggiano colle delicate illusioni, che possiedono una loro seducente, intrinseca verità e fascino ispiratore, e la sofferenza(che ogni vero artista reca dentro di sé, come costante ontologica). Questa, di tanto in tanto, assedia il nostro castello fatato, che mai si arrenderà al provvisorio ed al temporaneo, ed assume l’aspetto ora di acute angosce, ora di tormentosa inquietudine, nelle dolorose ombre del quotidiano. Ma, anche se noi siamo “della stirpe di chi rimane a terra” colla pittrice ci leviamo in volo, oltre l’arida brughiera e gli steccati che avviliscono, verso i templi sereni delle Muse, come ben significano le sue “aperture” spaziali e temporali che si avvalgono di un cromatismo dalla notevole intensità emozionale, quasi tutto fosse un delizioso mondo iperuranio, “altro” dal contingente, dove fantasticare, sognare, vivere ed amare totalmente e consapevolmente. Tra il trepido tumulto dei ricordi e la sete estrema, forse, talora, scomposta, di rinvenire il nostro autentico “ubi consistam” gratificante ed esaustivo.Così la De Felice parla “col cuore in mano” per un implicito messaggio di concordia, di spearanza, di condivisione, di calore umano, e, soprattutto,invito a credere nella “favola bella/che ieri/t’illuse, che oggi m’illude, o Ermione”. Prof. Giorgio Rota
